Cibo e accordi economici, gusto e rapporti internazionali. A tenere banco, questo pomeriggio sul palco del Festival del Giornalismo Alimentare, è la geopolitica dell'alimentazione. Trattati internazionali, standard di sicurezza, protezione della qualità: dall'Italia all'Unione Europea al mondo tutto. Per chiarire, con posizioni argomentate, una discussione che nei mesi passati ha tenuto banco sui media internazionali, con toni tanto enfatici da condurre a una vera e propria battaglia d'informazione.

Partendo dal Vecchio Continente, Damien O'Reilly, segretario dell'European network of agriculture journalists, ha introdotto un incontro sulle allerte alimentari che scavallano i confini nazionali, diventando crisi da gestire a livello comunitario. Allerte, come la diossina o la sindrome della mucca pazza, che anche una volta rientrate lasciano strascichi di paure e sfiducia nelle istituzioni. “È, al solito, colpa della mancanza di chiarezza – commenta Luisa Crisigiovanni di Altroconsumo – Spesso pensiamo, anzi crediamo di sapere, ma non è così”.

Se la sicurezza è forse il tema più sentito, non è però l'unica questione sul piatto quando si parla di trattati internazionali. Ceta, TTIP, TPP - accordi che regolano il commercio multilaterale fra le nazioni di tutto il mondo – pongono anche il problema della protezione della qualità, soprattutto per un Paese come l'Italia che in materia non ha eguali. “Le indicazioni geografiche, come Dop o Igp, valide in Italia, non ci vengono riconosciute dai trattati ed esistono pochi strumenti giuridici per farle valere”, spiega Cesare Varallo di Food Law Latest. “Gli standard italiani sono i più alti al mondo, anche per i controlli di sicurezza, estesi a tutta la filiera e non solo al prodotto finale -. aggiunge Cinzia Scaffidi di Slow Food - Ovvio che queste buone pratiche costano e in un contesto internazionale dove non vengono riconosciute, le aziende italiane si trovano economicamente svantaggiate”.