I più diffusi sono gli onnipresenti Spaghetti Bolognese, la specialità italiana più famosa all’estero che nessun italiano ha ovviamente mai cucinato né assaggiato. Ma basta scavallare le Alpi per imbattersi in una pressoché infinita accozzaglia di imitazioni gastronomiche dai nomi quantomeno improbabili. Nei supermercati di Berlino o di Pechino, nei ristoranti “italiani” di Toronto, New York o Rio de Janeiro potrebbe capitare di trovarsi davanti a una Pantofola farcita al formaggio o a dei Calzini ripieni di pomodoro e prosciutto, o di acquistare una confezione di Spagheroni, una Zottarella o un raccapricciante Pizzaburger. È il cosiddetto Italian Sounding, l’utilizzo cioè di denominazioni geografiche, nomi, immagini e marchi che evocano il Made in Italy, per vendere prodotti che l’Italia non l’hanno mai vista neanche per sbaglio.

Se il lato comico (involontario) è innegabile, sul piano dell’economia nostrana c’è però poco da ridere. Un recente dossier di Coldiretti, “La tavola degli inganni”, ha rilevato che addirittura sei prodotti alimentari su dieci tra quelli venduti come italiani sul mercato internazionale sono in realtà frutto di agropirateria. Un giro d’affari che, sfruttando l’assonanza fasulla con il Made in Italy, fattura 60 miliardi di euro in tutto il mondo. A discapito naturalmente della filiera agroalimentare del nostro Paese che, secondo la ricerca, perde così 300mila posti di lavoro.
Al Festival del Giornalismo Alimentare affronteremo la questione, cercando di capire cosa possono fare l’informazione e il marketing per contrastare il fenomeno.