Si parla sempre più spesso del benessere degli animali. Un tema che fino a qualche anno fa veniva declinato quasi esclusivamente nella sua dimensione etica, e come tale interessava più che altro una ristretta cerchia di pubblico sensibile alle tematiche animaliste. A poco a poco, le cose stanno cambiando e l'attenzione da almeno un paio d'anni si focalizza sempre più spesso su questo problema. Che interessa tutti

 

Il motivo è semplice: studi scientifici hanno dimostrato che, ad esempio, la carne proveniente da allevamenti in cui il bestiame “vive bene” è più buona e più sana. Se l'anomale soffre, la qualità della carne ne risente, e del resto questi concetti sono stati già in parte recepiti da alcune norme sanitarie.

Resta il fatto che sul concetto di benessere animale regna la confusione. Tanto per cominciare: quando un animale si può considerare in uno stato di benessere? Un errore che fanno in molti, anche fra gli addetti ai lavori dell'informazione, è utilizzare aprioristicamente le categorie “umane”. Dunque, ad esempio, si tende a pensare che la “libertà” sia un valore a prescindere, e magari che una pecora o una gallina vivano meglio allo stato brado piuttosto che in allevamento. In realtà non è così: spesso gli animali – in particolare quelli che si sono evoluti in questo modo, come ad esempio i maiali – hanno bisogno dell'uomo, e liberarli in ambiente selvaggio provocherebbe in loro una condizione di stress.

Una delle radici degli equivoci è che non si conoscono le esigenze etologiche dell'animale e si tende ad omologarle a quelle umane. Al Festival del Giornalismo Alimentare 2019 è previsto un panel dedicato al tema, che si terrà venerdì 22 febbraio.