La mozzarella fa ammalare? La carne è cancerogena? E l'aviaria è ancora un pericolo? Spesso gli allarmi alimentari si prendono l'attenzione dei media di tutto il mondo, conquistando le prime pagine dei giornali e le aperture dei telegiornali per periodi più o meno lunghi. Fino a quando scoppiano come bolle di sapone, o si sgonfiano piano piano. Per poi ritornare, ciclicamente, ricominciando il valzer delle copertine. Eppure, ogni volta i comunicatori commettono gli stessi errori. E i lettori, o spettatori, reagiscono inevitabilmente come la volta precedente.

Al Festival del Giornalismo Alimentare ne parlano Stefania Stecca dell'Università degli Studi di Torino e Bartolomeo Griglio dell'Asl To5, in una lezione – rivolta prima di tutto ai giornalisti e a chi fa comunicazione – che si terrà venerdì 26 febbraio alle 12.10. Si partirà dalle ricerche dell'Università di Torino per spiegare le tecniche per affrontare correttamente la comunicazione di crisi quando scoppia un caso di allarme alimentare. A moderare l'incontro sarà un agguerrito Roberto Rabachino, presidente dell'Asa, l'associazione stampa agroalimentare italiana. Che spiega: "Allarmi alimentari? Bisogna fare un'analisi sociologica, chiedendoci cosa vogliamo comunicare alle persone, e una economica, chiedendoci a quali lobby fa comodo che esca una determinata notizia e perché. Davanti a casi come quello delle carni rosse cancerogene, o altri in passato, è giusto comunicare ogni notizia correttamente, citando fonti credibili, e scrivendo in modo chiaro per chi legge o ascolta. È invece scorretto fare titoli acchiappa-lettori che spesso stravolgono quanto invece scritto negli articoli. Un giornalista deve avere sempre impressi tre principi: l'etica, la deontologia e la professionalità. Se poi invece l'allarme viene diffuso da persone qualunque tramite i social, il flusso di informazioni diventa incontrollabile. Ma il giornalista si deve distinguere e informare sempre in modo corretto".

Di Daniele Angi