“Il giornalista enogastronomico ha un compito quasi impossibile: deve raccontare con le parole un settore dove le parole non bastano. Se ti deve descrivere un sapore che tu non hai mai sentito, non ha modo di farlo. E l'utilizzo degli aggettivi è spesso inutile, ridondante. La verità è che per sapere di cosa ci stanno parlando quelli che ci raccontano il cibo, dobbiamo aver provato quei sapori almeno una volta. Altrimenti è inutile”.

Parola di Cinzia Scaffidi, che al Festival del Giornalismo Alimentare sarà protagonista del dibattito sul linguaggio del giornalismo enogastronomico, in programma venerdì alle 16.45.

Laureata in Filosofia, una carriera ventennale nell'ambito del giornalismo (è iscritta all'Ordine dal 1993), oggi dirige il Centro Studi di Slow Food, dove lavora dal 1992, e insegna all'Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo e in altre Università a contratto. Due anni fa ha pubblicato un volume che ha riscritto le regole del linguaggio per raccontare il cibo: “Mangia come parli”. Si tratta di un elenco di cento parole, tra l'altro strutturato in modo curioso, potremmo dire “ipertestuale”: attraverso i grassetti ci sono rimandi da una pagina all'altra che permettono una divertente lettura anche in ordine sparso. I protagonisti, però, sono i vocaboli. E in particolare il loro cambiamento di significato avvenuto negli anni per motivi storici, culturali, di costume.

“Pensate per esempio a parole come sicuro, pulito, grasso, magro: negli anni hanno assunto significati anche opposti rispetto agli originali. Un esempio? Se 50 anni fa si diceva di un prodotto “si trova in tutti i supermercati” era un grande complimento, oggi l'idea di una “marca da supermercato” dà subito un'impressione negativa”. A cosa si deve questo cambiamento? “Fondamentalmente all'evoluzione dei costumi, ma anche a quella tecnologica. L'arrivo della pubblicità ha portato confusione nel linguaggio, con aggettivi legati alla tradizione usati per presentare prodotti industriali. E infine a un sostanziale livellamento delle parole, che oggi vanno spiegate senza dare i loro significati per scontati”.

Sull'influenza dei blog e delle nuove tecnologie sull'uso della lingua nella descrizione del cibo, Cinzia Scaffidi ha un'idea chiara: “Più che il linguaggio a cambiare sono stati i tempi e gli utenti: adesso chiunque può dire la sua, ognuno può improvvisarsi esperto. Diciamo che si è modificata la linea linguistica. E anche la pubblicità ha cambiato linguaggio e modi: attraverso i social, basta un profilo privato per farsi vedere, farsi conoscere, darsi un'importanza”.

Di Daniele Angi