E se gli insetti entrassero a far parte della nostra alimentazione? Fanno già parte del regime alimentare di alcuni Paesi dell’Asia, dell’Africa e del Sud America e da qualche tempo sono contenuti in alcuni prodotti venduti nei mercati europei come un tipo di pasta francese e un esempio di cotoletta olandese. Senza dimenticare la startup milanese ItalBugs, che ha sperimentato il primo panettone con farina dal baco da seta. Lo afferma Laura Gasco, del dipartimento di Scienze agrarie, alimentari e forestali, dell’Università di Torino, nel dibattito “Come la ricerca agroalimentare può fare notizia”, all’interno del Festival del Giornalismo Alimentare.

«Esistono 2037 specie di insetti commestibili sulla terra - ha spiegato Gasco - e molti non sanno che sono contenuti anche nelle marmellate, nelle passate di pomodoro, nei fichi. Ne mangiamo inconsapevolmente 50-60 grammi l’anno e fanno parte dell’alimentazione di oltre due miliardi di persone. La ricerca ha dimostrato che sono ricchi di proteine, fibre e amminoacidi utili all’organismo e sono sostenibili perché producono pochi gas serra».

Il panel è stato anche l’occasione per tornare a parlare della distanza tra mezzi di comunicazione e tematiche legate all’alimentazione. Il caso “mucca pazza” e la recente notizia sul rischio di contrarre il cancro per chi consuma maggiormente carni rosse sono solo due esempi del divario tra giornalismo e ricerca portati all’attenzione nel corso del dibattito. «Il caso “mucca pazza” ha cambiato l’Europa da un punto di vista alimentare. In Inghilterra un ritardo nella corretta informazione provocò gravi danni. Morirono circa 250 ragazzi - ha ricordato Maria Caramelli, dell’Istituto Zooprofilattico Piemonte, Liguria, Val d’Aosta - . All’inizio non si sapeva niente, ma l’informazione in quel momento era cruciale e nel Regno Unito chi ritardò le comunicazioni fu processato. In Italia non sempre queste notizie vengono raccontate se non solo collegate a una percezione di rischio. Negli Stati Uniti certe informazioni e ricerche hanno più risonanza». La dottoressa Caramelli ha proseguito ricordando alcuni dati significativi della Coldiretti: «Una ricerca dell’associazione ha evidenziato che il 40% delle persone non consuma più il cibo legato a un’emergenza alimentare e il 13% non modifica la sua decisione nel lungo periodo». Sul caso delle carni rosse è intervenuto anche Battista Gardoncini, giornalista della Rai del Piemonte che, all’uscita della notizia, intervistò Paolo Vineis, epidemiologo torinese coordinatore della ricerca IARC, per chiarirne i risultati. Vineis affermò che lo studio non mirava a fornire indicazioni sulla quantità del consumo né che la carne non andava consumata, perché ha un alto potere nutritivo.

Altro tema importante, quello delle ricerche in campo biotecnologico sugli Ogm. Secondo Maria Lodovica Gullino di Agroinnova, del centro di ricerca e comunicazione dell’Università di Torino: «Non sono organismi pericolosi per la salute e non stiamo parlando di unire basilico e pesci. C’è stata una grande evoluzione nel settore delle biotecnologie che voi giornalisti dovete aiutarci a spiegare al grande pubblico. Grazie alle nuove tecnologie oggi esistono piante resistenti alla siccità e ai parassiti. L’informazione ci deve aiutare a dare le notizie in maniera corretta per aumentare la consapevolezza del cittadino medio».

Di Gianluca Palma e Azzurra Giorgi (Futura)