Apericena, concept food, gusti e sapori accattivanti: in cucina le parole vanno e vengono, cambiano a seconda delle mode e dei contesti. Difficile districarsi. Sul linguaggio del giornalismo alimentare si sono concentrati il linguista e scrittore Ugo Cardinale, la blogger di Dissapore.com Sara Porro e la scrittrice Cinzia Scaffidi (Slow Food), moderati dalla giornalista Manuela Croci di Sette - Corriere della Sera.

Al linguista il compito di ricostruire la ricetta della lingua in cucina. Esiste una "cucinistica, nella quale l'Italia ha un ruolo primario". E' un impasto "di lessico di base" dentro al quale però troviamo "esotismi, neologismi e prestiti". Tanto per restare in tema, ci sono anche "parole macedonia, come 'apericena'", che combina due elementi diversi. Da anni, però, un po' come nel giornalismo in genere, domina l'inglese: fast food, finger food e così via. Possibile che non ci siano alternative? "Le parole si rinnovano, questo è fisiologico. L'importante è che quando si adotta un prestito lo si faccia consapevolmente e non pensando, erroneamente, di sprovincializzarci".

Di neologismi si nutrono molto i blog. Sara Porro raccomanda un atteggiamento giocoso e rigoroso insieme. "Come tutti i linguaggi settoriali, anche quello del cibo ha i suoi termini specifici. Non bisogna però cadere nell''esoterismo', cioè nella lingua che esclude".  Quanto conta seguire le mode? "Più che di mode - ha risposto Porro - il giornalismo si nutre di tic linguistici. Ma la scrittura è pensiero distillato. Un conto è l'abilità tecnica, un conto è avere qualcosa di interessante da dire".

Chi poi scrive di cibo ha davanti una sfida quasi impossibile. "Hai un bel da raccontare - ha osservato Cinzia Scaffidi - il profumo o il sapore del Barolo. Ma se chi ti legge non l'ha mai assaggiato, non potrete mai intendervi". E in mezzo ci sono le parole. "Alcune sono vittime di vere e proprie crociate". Un esempio? "Per un certo periodo andava di moda l'aggettivo 'accattivante' accostato a gusti e sapori". A un certo punto qualcuno ha deciso che era fuori luogo "ed è stato bandito". Ciò che però conta davvero è ricostruire la storia delle parole, anche in rapporto al contesto in cui sono usate. "Ai suoi albori, Slow food si chiamava Arcigola. In ambito italiano aveva un significato ben chiaro a tutti, ma quando il movimento è diventato internazionale ci voleva un'alternativa". E Slow Food funziona benissimo, "perché indica un tipo di produzione e un approccio".  

di Lorenzo Montanaro con Maria Teresa Giannini (Futura)