Torino è diventata, in questi anni, uno dei capoluoghi italiani del cibo. Grazie a Terra Madre, Eataly, la presenza di Slow Food, la città si è riscoperta un luogo mondiale del dibattito culturale intorno al tema dell'alimentazione.

Ma per Torino il "food" è davvero strategico?

Potrebbe arrivare davvero a sostituire una parte del tessuto economico e della stessa identità cittadina orfani della Fiat?

Per Piero Fassino, sindaco della Città di Torino, sindaco della Città metropolitana e presidente dell’associazione dei Comuni italiani, non ci sono dubbi: l’identità del capoluogo subalpino passa anche attraverso la cultura del cibo.

«Torino – osserva Fassino - rappresenta un polo agroalimentare significativo e ha una ricchissima tradizione gastronomica. L’intuizione avuta da Carlo Petrini, anni fa, è stata molto importante: il cibo e la nutrizione, infatti, sono diventati uno dei grandi temi dell’agenda politica mondiale. Il cibo poi è stato uno dei temi con cui Torino ha rinnovato la propria identità e il fatto che l’Expo sia dedicato a questo tema, non è senza significato: l’enogastronomia è una leva di sviluppo straordinaria anche dal punto di vista economico perché la produzione agroalimentare, alimentare, gastronomica, significa investimento di capitali, applicazioni di tecnologie, coltivazione di terre incolte, creazione di lavoro, scambio, commercio, importazioni, esportazioni e mercato. E poi non dimentichiamo che l’Italia, per dimensioni, è il terzo Paese agricolo dell’Unione Europea. Ovviamente, non dobbiamo però dimenticare che Torino ha una storia industriale, soprattutto nel settore dell’auto, coerente con la creazione e lo sviluppo di un polo del lusso e delle auto di qualità. E può mettere a disposizione l’esperienza, il saper fare, l’innovazione tecnologica e una cultura superiore nello stile e nel design. Non è un caso se Volkswagen disegna le proprie vetture a Torino, se Gm e altri produttori aprono qui centri di ricerca e di stile. La cosa importante è trovare un equilibrio fra i molti settori produttivi in cui la città eccelle e può sviluppare».

Per Expo 2015 la Città punta soprattutto a intercettare una parte dei flussi turistici milanesi, ma non avrebbe potuto essere l'occasione per farsi notare di più come città del cibo? E su questo tema cosa resterà nel rapporto Torino-Milano dopo Expo?

«Il 2015 rappresenta per Torino un anno di straordinaria importanza paragonabile al 2006 e al 2011. L’occasione dell’Esposizione Universale consentirà alle due principali metropoli del Nord Italia di collaborare amplificando le ricadute economiche di un evento dove sono attesi 21 milioni di visitatori. Torino crede "assolutamente" nel successo di Expo. Per questo ha organizzato per il 2015 un palinsesto di eventi unico per quantità e qualità: Expo-To. Centinaia di appuntamenti di alto livello, culturali, sportivi, spirituali, congressuali, tutti in parallelo con Milano. Con una vetrina come questa tutti i bilanci sono possibili».

Bologna sta investendo molto nella nuova città del cibo realizzata con Eataly e la sua Università. Torino non si rischia di perdere l'attenzione nazionale sul tema cibo?

«E’ tempo di abbandonare l’idea, miope, che le città siano per forza in concorrenza: i risultati migliori si ottengono collaborando. Bologna, come Torino, è un’altra grande città del buon cibo. Torino punta sul cibo e lo esprime con una strategia volta a fare della città metropolitana il punto di riferimento in Italia e nel mondo di una cultura del cibo sano, di qualità, diffuso e accessibile a tutti, cittadini e visitatori. A indicare questa opportunità di sviluppo non sono solo il Salone del Gusto e Terra Madre, ma anche le moltissime, qualificate realtà locali attive nel settore alimentare, dalla produzione alla trasformazione alla ristorazione».

Torino è anche la città della sicurezza alimentare: qui c'è l'Istituto Zooprofilattico più importante d'Italia, un valido laboratorio della Camera di Commercio, un laboratorio Arpa del settore alimenti, una procura molto attenta alla sicurezza alimentare, cosa si potrebbe fare per valorizzare questa presenza così fitta ma anche così frammentata e poco conosciuta?

«Direi che sono tutt’altro che poco conosciuti. L’Istituto Zooprofilattico e i laboratori della Camera di Commercio e dell’Arpa sono strutture che, ognuna per la propria competenza, assicurano la salubrità dei cibi e vegliano sulla salute dei consumatori, consultate da tutto il mondo. La Città, inoltre, si avvale sia del laboratorio della Camera di Commercio, sia dell’Istituto Zooprofilattico che dell’Università di Torino per verificare il rispetto delle norme igienico-sanitarie nelle cucine e nei refettori scolastici, nei centri di cottura e nei magazzini delle aziende di ristorazione, effettuando a campione analisi sugli alimenti e sulle attrezzature».

Con il capitolato per le mense scolastiche la Città usa la leva economica dell'appalto mense per generare un'economia agricola sostenibile nel territorio. Ci sono altre politiche comunali e di Città metropolitana che potrebbero essere messe in campo per fare di Torino una città sempre più laboratorio della buona e sana alimentazione?

«Sono anni che ci impegniamo in questa direzione. Per quanto riguarda le mense scolastiche, ad esempio, abbiamo introdotto molte innovazioni quali, per esempio, la filiera corta. Oltre a ciò, approvvigionarsi dai produttori comporta vantaggi come la cooperazione fra i coltivatori, la riduzione dei passaggi intermedi con conseguente contenimento dei costi, l’educazione alla conoscenza dei prodotti tipici, la stagionalità e la freschezza dell’ortofrutta, oltre a ridurre i livelli d’inquinamento».

Nel futuro industriale della città si potrebbe promuovere maggiormente la presenza dell'industria alimentare, magari collegata alle vocazioni del territorio piemontese?

«Certamente sì. La promozione del comparto alimentare piemontese con le sue tipicità, apprezzate in tutto il mondo, è tra gli obiettivi della nostra amministrazione. Torino dispone di un patrimonio di eccellenze che deve essere sicuramente valorizzato».