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Anelli, Ordine dei medici: "Combattere la disinformazione scientifica"

Mai come oggi abbiamo bisogno di un’informazione affidabile. Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri, nella prima parte dell’intervista al Festival del Giornalismo Alimentare ha chiesto che giornalisti e medici imparino dall’esperienza maturata in questo anno, dove, al Covid si è affiancata la “infodemia”, l’epidemia da cattiva informazione, mai critica e poco verificata da parte di giornalisti impreparati che hanno inseguito virologi diventati star.

Dottor Anelli, quando tutto sarà sotto controllo il grande interesse per le notizie sul Covid si tradurrà in un interesse maggiore per l'informazione sanitaria e scientifica?

«Questo è ciò che ci auguriamo, anche se il rischio di sprecare questa occasione di engagement del cittadino nei confronti della scienza è veramente alto. Mi spiego: in questo momento le persone hanno fame di informazioni, e questo provoca la produzione di una mole di notizie spesso in contraddizione tra loro. Hanno bisogno di certezze: certezze che non sempre, e tantomeno verso una malattia nuova e ancora per molti versi sconosciuta, la scienza, che per sua natura avanza per tentativi, può dare. E hanno un fortissimo desiderio che tutto finisca, che il mondo torni come prima, forse anche migliore. Per questo, le persone diventano estremamente ricettive ai venditori di illusioni, che strumentalizzano le evidenze, cogliendo fior da fiore, quello che, in inglese, si chiama “cherry picking”, per corroborare le loro tesi pseudoscientifiche. E provoca una sorta di rigetto dell’informazione sanitaria, soprattutto di quella istituzionale, vista a volte come semplice propaganda.

Dobbiamo stare attenti, creare un clima di reale fiducia, che si ottiene, nel lungo periodo, solo con l’onestà intellettuale e la comunicazione semplice e trasparente. Comunicazione che non deve essere monodirezionale, dall’alto verso il basso, ma deve accogliere e rispondere alle domande e ai dubbi, anche quelli che sembrano più banali. E deve dare all’utente gli strumenti del pensiero critico e del metodo scientifico, per metterlo in grado di distinguere le fonti e di orientarsi nel mare magnum di informazioni. 

Un articolo pubblicato il 19 aprile sul Corriere della Sera, a firma di Angelo Panebianco, e dal titolo “la trincea debole dei no vax è un confine culturale” spiega bene la situazione. “Nel rifiuto o nello scetticismo dei nostri connazionali – scrive, riferendosi ai vaccini - sembrano pesare sia fattori contingenti, legati alla situazione del momento, sia cause di più ampio respiro e di più antica origine.
Fra i fattori contingenti ci sono state le notizie contrastanti sulla pericolosità o meno di questo o quel vaccino, notizie che, in certi momenti, sembravano oscurare il fatto che la cosa davvero pericolosa, la più letale di tutte, era e resta il Covid. C’è poi quella che chiamerei indigestione da ansia. Si può anche ritenere, seguendo certi addetti alla comunicazione, che una notizia (qualunque sia l’argomento) non sia una vera notizia se non è tagliata in modo da diffondere il massimo possibile di ansia. Ma poi bisogna fare i conti con le strategie di auto difesa che molte persone, inevitabilmente, prima o poi mettono in atto. Alla fine, tutta questa ansia finisce per generare assuefazione o rifiuto puro e semplice di prendere ancora sul serio quanto ci viene comunicato. Nei casi estremi (una parte almeno dei no vax, probabilmente, ricade in questa categoria) si finisce per pensare che fra il mondo ansiogeno della comunicazione e il mondo reale non ci sia alcuna relazione”.

Tra i fattori strutturali, l’autore mette la scarsa “health literacy”, quell’”analfabetismo scientifico” che ancora è diffuso nel nostro Paese, anche tra persone acculturate e laureate. Un tempo si sarebbe detto che la causa di quelle carenze consistesse nel predominante orientamento umanistico-letterario dei nostri curricula scolastici. Inadatti a valorizzare le vocazioni scientifiche e anche, più semplicemente, a mettere le persone in grado di comprendere in che cosa consista il metodo scientifico. Questa classica osservazione sul nostro sistema educativo vale ormai fino a un certo punto. A causa della decadenza, documentata, ad esempio, dai risultati dei test Invalsi, e che coinvolge molte scuole degli stessi percorsi umanistici. In ogni caso, la scuola, di ieri come di oggi, non fornisce, se non a pochissimi, gli strumenti necessari per fare i conti con la scienza e i suoi risvolti applicativi, per comprenderne le implicazioni».

Il medico che ruolo gioca nell'informazione sulla salute verso i cittadini? I medici di base potrebbero migliorare l'informazione verso i pazienti? Cosa manca? Il tempo, l'organizzazione negli ambulatori? La formazione giusta per comunicare?

«E proprio qui entra in gioco il medico. Il medico ha due grandi atout, che gli conferiscono un enorme potenziale nell’ambito della comunicazione della salute: l’autorevolezza, che gli deriva dalle competenze e conoscenze scientifiche, e la fiducia che il paziente ripone in lui. Il medico di famiglia, inoltre, instaura con il paziente una relazione di cura particolarmente intima e continuativa, che è parte integrante del processo di guarigione e dei percorsi di prevenzione. Non dobbiamo dimenticare lo straordinario apporto che le cure territoriali offrono in tema di salute e che rendono il Sistema sanitario nazionale, unico nel suo genere, attraverso un modello organizzativo di prossimità e di gratuità delle cure, associato a un rapporto medico paziente che, garantendo il diritto alla libera scelta del cittadino del proprio medico, consente una continuità terapeutica nel tempo che di per sé produce un miglioramento del tasso di mortalità. Consiglio questo link: https://bmjopen.bmj.com/content/8/6/e021161.  I dottori accumulano conoscenze su ogni paziente, che gli consentono di elargire consigli mirati a quella persona. La continuità nelle cure con lo stesso medico ha come effetti, rileva il BMJ, la soddisfazione del paziente, una miglior promozione della salute, una maggior aderenza terapeutica, riduce le ospedalizzazioni. E, attraverso questi fattori, abbassa il tasso di mortalità.

L’indagine Tech4Life, promossa da Confindustria Dispositivi medici, realizzata da Community Research & Analysis e pubblicata proprio oggi, ribadisce il primato dei medici, e in particolare dei medici di famiglia, come fonte di informazione autorevole sulla salute.  È il medico di famiglia il riferimento per il 76,6% degli italiani che vogliono informazioni sul proprio stato di salute, mentre l'11,8% si rivolge a un medico specialista. E, se si parla di attendibilità della fonte, in cima al podio ci sono ancora i medici di medicina generale, che incassa la preferenza del 44,5% degli italiani seguito dallo specialista, con il 38%.

D’altro canto, l’informazione sulla salute, chiara, trasparente, comprensibile, calibrata sul paziente, è anche un dovere del medico, sancito dal Codice deontologico, che le dedica l’intero Titolo IV, oltre a diversi altri articoli lungo il corpo di precetti.

Tuttavia, non sempre la comunicazione tra medico e paziente è pienamente efficace o esprime al meglio le sue potenzialità di miglioramento della vita e della salute del cittadino. Dobbiamo dire che ancora scarsa attenzione si pone, nel percorso formativo del medico, alle tecniche e agli strumenti di comunicazione. Inoltre, i ritmi di lavoro serrati, l’eccessivo carico burocratico, le organizzazioni di lavoro portano a ridurre il tempo della comunicazione. Che però, come il nostro Codice insegna, va considerato tempo di cura. Il nostro sito Dottoremaeveroche è nato anche per questo: come strumento in più, per il medico, per rispondere a domande e dubbi dei pazienti, avendo in ogni momento a disposizione, a portata di click, le migliori evidenze scientifiche raccontate con un linguaggio chiaro e comprensibile».

Quale ruolo giocherà l'informazione sulla prevenzione delle malattie, anche quelle di origine virale?

«La comunicazione della salute e la correttezza ed efficacia dell’informazione su questi temi è considerata dall’Organizzazione mondiale della Sanità come una delle strategie fondamentali per la promozione della Salute. Questo significa, da una parte, prevenzione primaria e secondaria delle malattie, quelle trasmissibili ma anche quelle cardiovascolari e oncologiche. Dall’altra, l’adozione di stili di vita che aumentino il benessere fisico e mentale dei cittadini. È per questo che così grande è la responsabilità di chi ha il compito di informare, siano essi medici, giornalisti, comunicatori.

L’informazione sanitaria è un compito importante e allo stesso tempo complesso e assai delicato. Gli aspetti che toccano questo tema coinvolgono, insieme alle questioni scientifiche e della salute in senso stretto, anche problematiche economiche, finanziarie, del diritto, etiche, bioetiche, ambientali, oltre che la qualità dei servizi e più in generale tutto il sistema delle relazioni sociali. Diviene quindi determinante la garanzia della correttezza e della completezza dell’insieme delle notizie, commenti, approfondimenti, servizi e quant’altro arriva all’utente, come frutto di una comunicazione presumibilmente affidabile.

Secondo lei, il giornalismo è pronto? I medici potrebbero concorrere alla formazione dei giornalisti?

«Altrettanto determinate è che il mondo dell’informazione e quello della sanità dialoghino per non innescare corti circuiti sensazionalistici a tutto danno del paziente e del cittadino.

 A volte, invece, proprio per un dialogo disfunzionale tra questi due mondi all’utente arriva una comunicazione frammentata, distonica, disorientante.               

E, in questo contesto, a vincere sono le “fake news”, le “bufale” che si diffondono come vere e proprie malattie, in maniera, appunto, “virale”.

 Se la lotta alla notizia falsa è compito e dovere deontologico di ogni giornalista, tanto più è importante e necessario che i giornalisti che si trovano ad affrontare tematiche di scienza e di salute abbiano a disposizione tutti gli strumenti per riconoscere la veridicità e l’autorevolezza delle fonti e per “smascherare” le “bufale” riguardanti campi tanto peculiari e specialistici.

Per questo è necessario che i giornalisti che si occupano di tali questioni non siano occasionalmente prestati al settore ma specificamente formati, per poter fornire all’utente tutte le informazioni per una decisione libera e consapevole. Già da anni Fnomceo organizza corsi di formazione congiunti per medici e giornalisti, accreditati nell’ambito dei rispettivi programmi di formazione professionale continua. Corsi nei quali non c’è un maestro e un allievo, ma si impara tutti insieme e gli uni dagli altri, per difendere i diritti, costituzionalmente protetti dei cittadini: alla salute, all’autodeterminazione, all’informazione».   

 

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