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Alimentazione con proteine

Coronavirus, i pazienti devono mangiare proteine a casa e in ospedale

Di Massimiliano Borgia

Chi, malauguratamente, dovesse ammalarsi di Coronavirus dovrebbe assumere soprattutto alimenti ad alto contenuto proteico. L’organismo che sta facendo di tutto per sconfiggere la malattia si può aiutare anche con le proteine. Fettina di vitello, petto di pollo, pesce, insomma i “secondi”, equilibrati con un accompagnamento di verdure, sono i cibi consigliati per chi deve stare a letto con il Covid-19. E gli alimenti proteici sono i cibi su cui si punta anche mentre il paziente è in degenza ospedaliera.

«Le proteine – spiega Marco Tinivella, dietologo della struttura di Dietetica e Nutrizione Clinica dell’ospedale San Luigi Gonzaga di Orbassano (TO) - rappresentano il componente nutrizionale necessario per fornire azoto alle cellule che devono ricostruire tessuti ma anche i mediatori del sistema immunitario che, in un corpo ammalato, stanno svolgendo la battaglia contro gli agenti patogeni. Naturalmente, la nutrizione deve essere sempre il più possibile bilanciata, servono anche i carboidrati e i lipidi per dare l’energia ma, per sostenere la funzione anabolica delle cellule abbiamo bisogno delle proteine, sempre bilanciate e mai da sole». Quindi non un petto di pollo ai ferri da solo, ma con contorno di verdure.

«Il pasto somministrato in ospedale è bilanciato e digeribile. E, nei reparti, il personale infermieristico normalmente prende nota di cosa il paziente ha mangiato. Notiamo che, per gusto o per abitudine, i pazienti ricoverati tendono a preferire il primo piatto (soprattutto la pasta), oppure la purea e la frutta. Anche questi sono alimenti importanti ma, in condizioni di malattia, sono poco utili al metabolismo. Per questo il consiglio è di iniziare dal secondo e, solo dopo, se si ha ancora fame, di mangiare il primo e la frutta».

Non ha senso distinguere le esigenze nutritive per tipologia di malattia. Ogni patologia va affrontata da un corpo ben nutrito e il meno possibile deperito, tenendo anche conto che il corpo “consuma di più” quando è ammalato, in particolare quando si ha la febbre. Magari non si ha appetito ma non per questo si hanno meno esigenze nutritive, anzi, abbiamo più bisogno di mangiare.

Quindi non esiste una dieta specifica per il paziente affetto da Covid-19 ma solo un regime alimentare corretto e bilanciato che aiuti il sistema immunitario a contrattaccare e supporti l’organismo a sostenere questa difesa.

Ma cosa accade se si deve nutrire un paziente in terapia intensiva?

Quando si parla di sostenere la battaglia contro la malattia non si parla di semplice alimentazione ma di “terapia nutrizionale”, cioè di un vero e proprio aiuto al corpo e alla cura farmacologica da parte dei nutrienti. La terapia nutrizionale è una terapia a tutti gli effetti in quanto sostituisce una funzione d’organo (digestione e assorbimento dei nutrienti) che è temporaneamente o definitivamente perduta. (Legge 219/2017).

È il caso degli ospiti nelle terapie intensive per l’aggravamento del quadro respiratorio da Coronavirus.

«Quando il paziente non può nutrirsi in modo autonomo utilizziamo un sondino che introduce l’alimento direttamente nell’apparato digerente. Nella nutrizione artificiale si devono bilanciare i nutrienti tenendo conto del quadro clinico individuale. Ovviamente non devono mai mancare i macronutrienti: proteine, lipidi e carboidrati; ma nemmeno i micronutrienti come i sali ettroliti (soprattutto sodio e potassio) e nemmeno le vitamine. Naturalmente non deve mancare nemmeno l’acqua che è di per sé un nutriente. Alcuni tra i micronutrienti possono avere anche un ruolo farmacologico di cui si deve tenere conto: parlo, per esempio, degli omega 3 che sono dei potenti antiossidanti e di alcuni aminoacidi che hanno un ruolo trofico per le cellule. Le opinioni della comunità scientifica su questo ruolo non sono però concordi».

Nutrire un paziente non è quindi una cosa semplice. «Sì, non si tratta di dargli un po’ di glucosio e due sali. Non basta di certo. Il bilanciamento va studiato con attenzione».

Le persone intubate per insufficienza respiratoria da Coronavirus vengono quindi alimentate con sondino nasogastrico. Quelle ricoverate nei reparti COVID a bassa intensità vanno invece monitorati, anche nella regolare alimentazione. «Il “vassoio” standard garantisce il pasto adeguato anche per gli affetti da Covid-19. Se si nota una prolungata inappetenza allora si modifica la dieta magari con integratori proteico-calorici, fino a un vero supporto nutrizionale. L’obiettivo è sempre  garantire la soddisfazione dei fabbisogni proteico-calorici stimati. Si possono tollerare periodi brevi di digiuno quando, per esempio, si sono messe in opera manovre salvavita, ma poi, se il digiuno si prolunga, il peggioramento dello stato nutrizionale potrebbe compromettere anche la capacità dell'organismo di rispondere alle terapie. Di nuovo, vale la regola che con un corpo affaticato che consuma di più l’arma principale è sempre nutrirlo al meglio».

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