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Il made in Italy? Un'occasione mancata (almeno per ora)

"Il made in Italy potrebbe essere il tetto del mondo", una potenziale miniera d'oro che però non sappiamo sfruttare. "A livello internazionale siamo indietro rispetto a Paesi ben più piccoli di noi: non sappiamo capire dove va il business e intercettare le giuste fette di mercato". Non ha dubbi Fabrizio Zerbini, docente alla Escp Europe (Ecole Supérieure de Commerce de Paris), la più antica e una delle più prestigiose scuole di business a livello mondiale.

Introdotto da Roberta Rampini, giornalista del quotidiano Il Giorno, l'economista è intervenuto al Festival del Giornalismo Alimentare con una lezione sui trend di mercato a livello europeo. "In Francia vi sono comparti del settore alimentare che producono il 40% in più rispetto all'Italia. In Germania il settore carne ha un valore doppio del nostro. Per non parlare del Regno Unito, che è riuscito a vendere vino all'Italia, formaggio alla Francia e cioccolato al Belgio. Sulle esportazioni in Russia siamo a rimorchio di altri Stati più piccoli. In Norvegia la spesa pro capite per il cibo è doppia rispetto all'Italia. Nel Nord Europa il costo della vita è più elevato, d'accordo, ma questo non spiega tutto".

"Forse i nostri prodotti sono meno buoni? - si è domandato Zerbini - Forse il nostro vino o i nostri formaggi valgono meno? Ovviamente no". Qual è il problema, allora? Il punto è capire dove va il business,  quali i settori e quali le aree emergenti. Ci sono, ovviamente esempi virtuosi: "uno di questi è Eataly, che ha saputo esportare in tutto il mondo il modello del mangiar bene italiano. In Italia funziona non tanto perché  ci andiamo noi, quanto perché ci vanno i turisti". Bene anche per alcune nicchie, "come l'idea dell'albero dei gelati, progetto partito in Brianza che ha fatto fortuna anche negli Stati Uniti". Ma sono, appunto, nicchie, che non hanno la forza di confrontarsi con i colossi internazionali dell'alimentazione.

di Lorenzo Montanaro con Monica Merola e Sara Iacomussi (Futura)

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