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Valentina Dirindin, Seguo la ristorazione chiusa con più storie e news

Con il mondo della ristorazione chiuso o aperto a singhiozzo, anche il mondo del giornalismo del cibo ha dovuto reinventarsi e cercare nuove strade per raccontare un settore in crisi ma ancora pieno di idee e proposte. Così è stato per Valentina Dirindin, giornalista freelance che collabora con diverse testate torinesi e nazionali soprattutto food & travel, a cominciare da Dissapore.

Come hai affrontato con Dissapore e le altre testate con cui collabori questa pandemia e la conseguente grande difficoltà nel settore della ristorazione? Avete in qualche modo modificato la vostra consueta narrazione? Avete realizzato qualche iniziativa particolare per raccontare questo periodo?

«Necessariamente la narrazione si è modificata. Il pane di chi si occupa di cibo è la ristorazione, e con la ristorazione chiusa abbiamo dovuto trovare delle alternative di contenuto. In alcuni casi abbiamo optato, come molti, per provare i servizi di delivery offerti dalla ristorazione. Con altre testate, invece, abbiamo scelto di non recensire una proposta che ritenevamo in qualche modo "zoppicante", perché di natura (si spera) temporanea, e abbiamo dovuto lavorare su altro. Più interviste, più notizie e inevitabilmente meno recensioni. In alcuni casi è stato anche stimolante andare alla ricerca di contenuti nuovi e non scontati, ma ora vogliamo davvero tornare a sederci al ristorante». 

Dal tuo punto di vista di giornalista del settore, come hanno modificato la comunicazione le aziende del food e della ristorazione (aziende alimentari, ma anche chef, ristoranti etc) in questo periodo? Ci sono iniziative che ti hanno colpita particolarmente e che hai voluto mettere in evidenza?

«La comunicazione, in questo periodo forse come non mai, è stata essenziale. E in gran parte si è spostata sul web e sui social, che hanno assorbito molte ore del nostro tempo forzatamente casalingo. Basti pensare alle occasioni di festa che abbiamo passato: quanti di noi hanno comprato panettoni, colombe e uova di Pasqua dal proprio smartphone o dal proprio pc? In generale, ho apprezzato, nella ristorazione, l'inventiva di chi si è dato da fare per non stare con le mani in mano, e ci sono formule di delivery che sono state anche divertenti, ma ripeto: ora voglio tornare al ristorante. Un esempio vincente, probabilmente, è quello di Bentoteca Milano, che con il delivery ha ragionato in termini diversi, non solo local, trasferendo la sua proposta periodicamente in tante città italiane». 

I vostri lettori come hanno reagito? Avete notato una maggior sensibilità a determinati temi legati al mondo del food? C’è stato, secondo voi, un incremento di attenzione nei confronti di questo settore?

«Per le testate web con cui collaboro, l'incremento probabilmente c'è stato, ma è dipeso anche dal fatto che tutti siamo stati di più sui social e in rete in questi mesi passati a casa. Quanto all'attenzione, sul cibo ce n'è sempre molta: certo magari oggi, per forza di cose, si ricercano più le ricette da fare a casa che i consigli sui ristoranti dove andare». 

Dopo la pandemia, e quando finalmente si potrà parlare davvero di ripartenza, come cambierà secondo voi la comunicazione in ambito food? Quali canali dovrebbero essere privilegiati e quali secondo lei hanno fatto il loro tempo?

«Non sarei così drastica nel dire che alcuni canali hanno fatto il loro tempo. Ovvio che tutto dipenderà da quanto durerà tutto questo, ma una cosa è ormai certa e chiara a tutti: molto di quello che facciamo, diciamo, comunichiamo, si è ormai spostato online, e da questo non si tornerà mai più indietro del tutto».

Hai in cantiere qualche progetto futuro che ci vuoi anticipare legato alle tue collaborazioni giornalistiche o più in generale alla tua vita professionale?

«A Natale prossimo torneremo con ToGether, l'ecommerce di confezioni regalo di grandissime eccellenze piemontesi: un progetto che mi ha dato molta soddisfazione in un periodo in cui avevamo tutti bisogno di idee e stimoli nuovi». 

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